Memoranda

A chi chiede a che cosa serva la filosofia, bisogna rispondere aggressivamente perché la domanda è volutamente ironica e caustica: la filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni, e non è al servizio di nessuna potenza consolidata. La filosofia serve a rattristare: una filosofia che non rattristi, che non riesca a contrariare nessuno, che non sia in grado di arrecare alcun danno alla stupidità e di smascherare lo scandalo, non è filosofia. Posto che sembra non esserci alcuna disciplina al di fuori della filosofia che si prefigga lo scopo di opporsi criticamente a tutte le mistificazioni, qualsiasi origine e finalità esse abbiano, l’unico modo in cui la filosofia potrà essere usata consisterà nel denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme, nello smascherare le finzioni con cui le forze reattive hanno il sopravvento e, nella finzione, il miscuglio di bassezza e stupidità che dà luogo a quella sorprendente complicità tra vittime e carnefici. Essa dovrà inoltre trasformare il pensiero in un qualcosa di aggressivo, attivo e affermativo, formare uomini liberi, che non confondano cioè i fini della cultura con gli interessi dello Stato, della morale o della religione, combattere il risentimento e la cattiva coscienza che hanno usurpato in noi il pensiero, sconfiggere infine il negativo e il suo falso prestigio.

Gilles Deleuze, Nietzsche e la filosofia

Il popolo ? una scatola vuota

corrupcion-quino-chupetesIl popolo non esiste, esistono le sue rappresentazioni. L’incanto della parola “popolo”, è equivalente a quando qualcuno parla della “gente” come se chi parla non fosse gente.  Il “popolo” ci salva di un groviglio di distinzioni e di contraddizioni a momenti insostenibili. Se Martín muore, il popolo diminuisce? Se Martín va a tagliarsi i capelli la società perde qualcosa? Se risponderà risoluti: Il tutto è composto da parti, ma la somma delle parti non è il tutto. E il paradosso è servito. D’ora  in poi lo si dovrà occultare affinché possa continuare a funzionare. Il paradosso della unitas multiplex sarà ricoperto dall’assioma: “Il tutto è più che la somma delle sue parti”. Così “popolo” potrà avere due definizioni, potrà essere due cose allo stesso tempo. Unità come tutto e unità come somma di parti. Esistono le rappresentazioni, le distinzioni, le differenziazioni. Ci sono distinzioni antiche: le parti che fanno la somma del tutto, non sono tutte uguali. E di volta in volta, per alcuni c’è una sanior pars o maiores partes che prevalgono sulle altre, in altri casi qualcuno si presenterà come archon e gli altri saranno archomenon, comandante e comandato. Popolo è collettività di cittadini, ma talvolta le classe sociali meno elevate o secondo la convenienza si dichiarerà che popolo siamo tutti. Alcuni diranno di essere più popolo di altri. “Popolo” è una parola che si trasforma in un invito a prestare grande attenzione a chi la usa per cercare di capire di che cosa stia parlando.

Arte in Chiesa: L’aperto

“Con pieni occhi, la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono
come ruotati e ben piazzati intorno a lei
come trappole, tutt’intorno alla sua libera uscita.
Ciò che sta di fuori, noi lo sappiamo dal volto
della bestia; poiché già il prematuro bimbo
rivoltiamo e lo costringiamo, a vedere
di spalle la figura, non l’aperto, che
nel viso della bestia è così profondo. Libera da morte.


Noi soli la vediamo; la bestia libera
ha già dietro di sé la propria caduta
e davanti a sé Dio, e quando va, essa va
in eterno, come vanno le fontane.
Noi non abbiamo mai, non un solo giorno,
il puro spazio davanti a noi, in cui i fiori
senza sosta si schiudono. E’ sempre mondo
e mai nessun luogo senza non: ciò che è puro,
non sorvegliato, che si respira e
senza sosta si conosce e non si brama. Da bimbo
si perde nella quiete qualcosa di questo e viene
scrollato. Oppure quello muore ed è ciò.
Poiché vicino alla morte non si vede più la morte
e fisso si guarda al di fuori, forse con ampio sguardo di bestia
Amanti, non sarebbe l’altro, che
ostacola la vista, vi sono vicini e si stupiscono…
Come per sbaglio è aperto a loro
dietro all’altro….Ma al di sopra di lui
nessuno avanza oltre, e di nuovo gli diviene mondo.
Sempre volti alla creazione, vediamo
su di lei solo il rispecchiarsi dell’aria aperta
da noi oscurato. Oppure che una bestia,
muta, ci trapassi con sguardo ammirato.
Questo si chiama destino: esser di fronte
e null’altro che questo e sempre di fronte.

 

Sarebbe coscienza della nostra specie nella
sicura bestia, che tira contro di noi
in altra direzione, ci trascinerebbe tutt’intorno
col suo vagare. Eppure il suo essere le è
infinito, inafferrato e senza sguardo
al suo stato, puro, così come la sua visuale.
E dove noi vediamo futuro, là, essa vede il tutto,
e se stessa nel tutto, per sempre sanata.

Eppure nella bestia dal circospetto calore sta
peso e fardello di una grande malinconia.
Poiché su di essa grava pur sempre, ciò che noi
spesso soverchia, – il ricordo
come se già una volta ciò, verso cui ci si spinge,
fosse stato più vicino, più fedele, e il suo contatto
di infinita delicatezza. Qui tutto è distacco,
e là era respiro. Dopo la prima patria
la seconda è per lei ibrida e dubbia.

Oh beatitudine della piccola creatura,
che sempre resta nel grembo, che di lei fu gravido;
oh gioia della zanzara, che ancora dentro saltella,
pur quando va a nozze: allora il grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell’uccello,
che quasi di tutte e due sa, grazie alla propria origine,
come fosse un’anima degli Etruschi,
da un morto, che da uno spazio fu accolto,
se pur con la figura in riposo per coperchio.
E come sbigottito è qualcosa, che deve volare
e proviene da un grembo. Come da se stesso
spaventato, taglia l’aria, come quando una crepa
penetra in una tazza. Così sfreccia la scia
del pipistrello attraverso, della sera, la porcellana.

E noi: spettatori, sempre, ovunque,
al tutto rivolti e mai al di fuori!
Esso ci colma. Lo assestiamo. Crolla.
Lo assestiamo di nuovo e noi stessi crolliamo.
Chi allora ha girato noi, così che noi,
cosa che pure facciamo, siamo in quella posizione
di chi procede in avanti? Come colui che
sull’ultimo colle, che la sua intera valle,
ancora una volta gli mostra, si volge, si arresta, indugia –,
così viviamo noi e sempre prendiamo congedo.”

[Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Ottava Elegia]