Lettera di Galileo Galilei a Cristoforo Clavio, Archivio della Gregoriana. Galleria A. Sordi (Roma)

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Abbiamo un gaucho in Vaticano (ma profumato)

Manifesto della mostra. Braccio di Carlo Magno,
Città del Vaticano
Il Gaucho è arrivato in Vaticano. La mostra (Regione Marche-Artifex) era stata ideata due anni fa. Al gaucho sono serviti all’incirca due anni per prepararsi all’occasione. A dire il vero l’itinerario del Gaucho è stato molto più lungo e temo che il suo peregrinare per le “pampas” non sia ancora finito. Per molti argentini, il gaucho è uno dei pilastri della costruzione dell’identità. Dovrebbe rappresentare i valori nazionali, sempre vaghi e sfuggenti, e trattandosi di un paese latinoamericano come l’Argentina, il gaucho possiede la fede cristiana: nazionale, popolare e cristiano. Ma non è sempre stato così. Nella sua Storia Naturale dell’Uomo (1881), Juan Monserrat i Archs gli dedica queste simpatiche parole: “Oggi come ieri i gauchos sono l’estremo opposto della popolazione pacifica e ordinata delle città, che odiano, sempre disposti a sommarsi alle rivolte politiche, così frequenti in America Latina… Non c’è bisogno di dire che da questi pochi tratti si ricava l’immagine di un brigante, un ladro, un castigo per la nazione, che a causa del suo essere selvaggio è considerato una razza ingovernabile e senza credito nessuno…” Ma il gaucho che si presenta in Vaticano profuma, e non solo del bestiame con il quale spesso tratta. Secondo il comunicato stampa, dietro questo gaucho stanno i gesuiti (tanto per cambiare). I gauchos sarebbero indigeni evangelizzati, “creoli di radice ispano-indigena e schiavi neri”. Nessuno può mancare alla festa dell’identità. “Il gaucho, nato in queste circostanze, adotta una personalità ribelle ma molto rispettosa di un codice proprio di giustizia e carico di fede.” Conclude certo il comunicato stampa. Chi sa se gli organizzatori della mostra avranno letto con attenzione il “Martín Fierro”, poema nazionale di José Hernández ove si cantano le vicende del gaucho omonimo. Come diceva Borges: “Il ‘Martín Fierro’ è un libro molto ben scritto e molto mal letto”. Per continuare con Borges, il gaucho Fierro potrebbe rappresentare qualche cosa degli argentini: un groviglio di contraddizioni, precisamente una enorme difficoltà all’ora di celebrare una identità che sia una: “Fierro è un disertore che paradossalmente piace ai militari. Ma se si dice questo a un uomo d’armi, quello si indigna.” Per avvicinarsi a questa paradossale figura, costruita e smontata mille volte, rimando a un bellissimo dialogo tra Jorge Luis Borges e Ernesto Sábato (http://www.trazegnies.arrakis.es/borgessabato.html)
Il dialogo finisce con queste battute:

Jorge Luis Borges Accetto che Fierro sia un personaggio vivente, come succede con le persone reali può essere giudicato molto diversamente, a seconda di come lo si consideri.
Ernesto Sábato Per questo le diverse interpretazioni che permette: sociologiche, politiche, psicologiche, metafisiche.
Jorge Luis Borges Ma io non ho detto una parola contro l’opera…
Ernesto Sábato Ma ci sono state delle interviste nelle quali lei ha detto certe cose… Mi sembra opportuno che chiarisca il suo pensiero.
Jorge Luis Borges Ho detto che proporre il “Martín Fierro” come un personaggio esemplare è un errore. E’ come se io proponessi Macbeth come modello di cittadino britannico, no? Come tragedia mi sembra ammirevole, come personaggio capace di incarnare valori morali, no.

Dalla parte di Marsia

Tiziano alle Scuderie del Quirinale. Tempo medio di osservazione della “Punizione di Marsia”: senza guida da 55 a 98 secondi; con audio-guida o guida umana da 3 a 4 minuti. Io ho dovuto fermarmici almeno 40′ prima di sentirmi saturo.
Sempre dalla parte di Marsia. Se proprio devo scegliere, scelgo di stare dalla parte del corpo martoriato, non dalla parte della verità, non dalla parte dei valori né dalla parte degli dei. Sono dalla parte del satiro che, insuperbito, gonfia impudicamente le guance per soffiare nelle canne del suo flauto, me ne frego di Apollo. Sono dalla parte del corpo penzolante e scorticato. Il corpo torturato è il solo ad avere la ragione, la verità e Dio dalla sua parte.  Corpo appeso che come una terribile clessidra segna la fine di tante cose. Sono dalla parte delle urla affogate e del clamore sordo quando già la gola non riesce ad aprirsi nell’urlo, quindi disprezzo la economia del silenzio invocato per la “ragion di stato” o per la “ragion di chiesa” che preferisce non parlare per evitare mali maggiori… quali potrebbero essere? Mi allontano e guardo con orrore quelli che perfino hanno strumentalizzato e ideologizzato il perdono cristiano per giustificare il loro silenzio codardo e hanno così vietato che si costruissero i faticosi viottoli della riconciliazione e del riconoscimento. Sono dalla parte della pelle del coraggioso Marcantonio Bragadin che riempita di paglia è stata fatta girare per le strade di Famagosta.  Sono decisamente dalla parte del povero Mida, dalle orecchie d’asino, sono dalla parte del perdente, dalla parte che Tiziano vecchio scelse per rappresentarsi, che impotente e malinconico guarda. Hanno ragione i turisti e i visitatori a passare veloci davanti a questa macchia di fogliame e sangue. E’ l’ultimo quadro della mostra, orsù passiamo veloci, ancora una volta meglio girare il volto, meglio non vedere, meglio non pensare e buona pasqua.

Cartolina di Natale

Spintoni, strilli, il freddo nelle ossa. L’urlo del maiale scannato, il sangue raccolto, annuncio della strage che si prepara. Alla locanda della “Corona Verde” gli sbirri del tiranno di turno sgraffignano la povera gente con le tasse e per giunta non c’è un posto libero. Il viaggio imposto, con il ventre appesantito dal dubbio. Un gruppo di soldati si prepara per il massacro imminente. I bambini ancora giocano ignari sul fiume ghiacciato. Un cielo plumbeo nasconde la stella. Maria e Giuseppe persi nella folla.
Così Pieter Brueghel il Giovane dipinse il Natale in un paesino del Brabante nel secolo XVI. Non ci sono i romani invasori ma le truppe di Filippo II che seminano violenza capeggiate dal Duca d’Alba.
A Roma in questi giorni si trova la mostra: “Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga” (Chiostro del Bramante). 
La mostra potrebbe essere un modo di proteggersi dagli Àuguri che travestiti da salumieri, da portinai, da parenti, da amici, da tassisti, da panciuti babbi natale, da parroci o da vicini di casa ci lanciano un “sereno natale”, forse annunciando terribili sciagure.
Sempre di Pieter Brueghel il Giovane c’è una “Strage degli Innocenti”, motivo più che natalizio, dove si vede la terribile scena di un gruppo di soldati che abbandona un villaggio lasciandosi indietro una scia di bambini trucidati mentre il capitano, arrogante e disprezzante, orina come un cane rabbioso contro un albero del cammino.

L’ambizioso Vermeer

Si riconosce Vermeer? Senza dubbio la “Fanciulla del cappello rosso” è un biglietto da visita indiscusso, non per niente gli scaltri organizzatori della mostra alle Scuderie del Quirinale l’hanno scelta come richiamo, spavaldi e tranquilli, tralasciando ogni dubbio. Si sa, a chi organizza non è permesso il dubbio.
Mostra impegnativa. Qualche consiglio per non perdersi. D’obbligo la prenotazione. Essere tra i primi nel momento dell’apertura (ore 10:00). Salire de corsa fino all’ultimo piano. Breve saluto alla ragazza (ragazza?) del cappello rosso. Chapeau. Mirare verso l’ultimo dipinto che chiude la mostra. La sala era vuota, solo il personale delle Scuderie. Breve inchino all’Allegoria della Fede (quale fede?), mettersi seduti in uno dei divani fuori della sala con vista magnifica verso la città di Roma. Come mai alle Scuderie non c’è modo di mettersi seduti per contemplare qualche dipinto? Perché muoversi in fretta è indispensabile per assicurare un flusso costante di visitatori che possano dire dopo con serena soddisfazione: “sei andato alla mostra di Vermeer”? La soddisfazione aumenta notevolmente se l’altro non è andato. La domanda dell'”altro” potrebbe essere: “E tu, sei tornato?”.
Seduti comodi sul divano potremmo tirar fuori la nostra lettura. La mia era: “L’ambition de Vermeer” di Daniel Arasse. Ho scelto l’ultimo capitolo: “La religione di Vermeer” che si sofferma a lungo sull’Allegoria. Anch’io ho deciso di fermarmi davanti all’Allegoria per vedere dopo altri due o tre quadri. Non di più. E’ per me un modo di difendermi dalle mostre.
Indicibili contorni, che ci rimandano al quotidiano. Lo spettatore si colloca davanti alla soglia. Lo spettatore, nei quadri di Vermeer, è l’invitato d’onore. Piena luce, non c’è segreto, perché la luce è piena la visibilità si chiude. La luce di Vermeer. L’interpretazione iconografica della luce di Vermeer ha provocato non pochi danni.
Sul pavimento a scacchiera la mela morsa, lontana. Vicino a noi, molto vicino, nel limite della rappresentazione, una volta che il drappo si dischiude, il sangue, che impetuoso esce dalla bocca del serpente schiacciato da un sasso. Caduto dall’alto? Nel quadro dentro il quadro si rappresenta una Crocefissione, con due angeli appesantiti di malinconia. Il Libro aperto, con il velo, perché la Parola vela e rivela.
Sembra che Vermeer in Catharina Bolnes abbia incontrato l’amore, la fede cattolica, e l’ambizione della pittura. I cattolici, in quei tempi, adoperavano la pittura senza sospetto. Si vede che i responsabili del Metropolitan Museum of Art di New York hanno letto Arasse: Allegory of the Catholic Faith. Chissà perché hanno tradotto: Allegoria della Fede?
Nella sfera non si riflette né il pittore al lavoro, né la Croce… altrimenti che allegoria sarebbe. Solo una finestra socchiusa che illumina la sala secondo la volontà del pittore. La donna invece riceve la luce d’altrove. L’ambizione di Vermeer: dare a l’intermittenza del cuore, ai piccoli fatti della vita quotidiana un luce che rende ciò che è presente non visibile. Sono pronto a tornare.