Arte in Chiesa: L’aperto

“Con pieni occhi, la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono
come ruotati e ben piazzati intorno a lei
come trappole, tutt’intorno alla sua libera uscita.
Ciò che sta di fuori, noi lo sappiamo dal volto
della bestia; poiché già il prematuro bimbo
rivoltiamo e lo costringiamo, a vedere
di spalle la figura, non l’aperto, che
nel viso della bestia è così profondo. Libera da morte.


Noi soli la vediamo; la bestia libera
ha già dietro di sé la propria caduta
e davanti a sé Dio, e quando va, essa va
in eterno, come vanno le fontane.
Noi non abbiamo mai, non un solo giorno,
il puro spazio davanti a noi, in cui i fiori
senza sosta si schiudono. E’ sempre mondo
e mai nessun luogo senza non: ciò che è puro,
non sorvegliato, che si respira e
senza sosta si conosce e non si brama. Da bimbo
si perde nella quiete qualcosa di questo e viene
scrollato. Oppure quello muore ed è ciò.
Poiché vicino alla morte non si vede più la morte
e fisso si guarda al di fuori, forse con ampio sguardo di bestia
Amanti, non sarebbe l’altro, che
ostacola la vista, vi sono vicini e si stupiscono…
Come per sbaglio è aperto a loro
dietro all’altro….Ma al di sopra di lui
nessuno avanza oltre, e di nuovo gli diviene mondo.
Sempre volti alla creazione, vediamo
su di lei solo il rispecchiarsi dell’aria aperta
da noi oscurato. Oppure che una bestia,
muta, ci trapassi con sguardo ammirato.
Questo si chiama destino: esser di fronte
e null’altro che questo e sempre di fronte.

 

Sarebbe coscienza della nostra specie nella
sicura bestia, che tira contro di noi
in altra direzione, ci trascinerebbe tutt’intorno
col suo vagare. Eppure il suo essere le è
infinito, inafferrato e senza sguardo
al suo stato, puro, così come la sua visuale.
E dove noi vediamo futuro, là, essa vede il tutto,
e se stessa nel tutto, per sempre sanata.

Eppure nella bestia dal circospetto calore sta
peso e fardello di una grande malinconia.
Poiché su di essa grava pur sempre, ciò che noi
spesso soverchia, – il ricordo
come se già una volta ciò, verso cui ci si spinge,
fosse stato più vicino, più fedele, e il suo contatto
di infinita delicatezza. Qui tutto è distacco,
e là era respiro. Dopo la prima patria
la seconda è per lei ibrida e dubbia.

Oh beatitudine della piccola creatura,
che sempre resta nel grembo, che di lei fu gravido;
oh gioia della zanzara, che ancora dentro saltella,
pur quando va a nozze: allora il grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell’uccello,
che quasi di tutte e due sa, grazie alla propria origine,
come fosse un’anima degli Etruschi,
da un morto, che da uno spazio fu accolto,
se pur con la figura in riposo per coperchio.
E come sbigottito è qualcosa, che deve volare
e proviene da un grembo. Come da se stesso
spaventato, taglia l’aria, come quando una crepa
penetra in una tazza. Così sfreccia la scia
del pipistrello attraverso, della sera, la porcellana.

E noi: spettatori, sempre, ovunque,
al tutto rivolti e mai al di fuori!
Esso ci colma. Lo assestiamo. Crolla.
Lo assestiamo di nuovo e noi stessi crolliamo.
Chi allora ha girato noi, così che noi,
cosa che pure facciamo, siamo in quella posizione
di chi procede in avanti? Come colui che
sull’ultimo colle, che la sua intera valle,
ancora una volta gli mostra, si volge, si arresta, indugia –,
così viviamo noi e sempre prendiamo congedo.”

[Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Ottava Elegia]

 

 

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