Cavolo, che difficile!

L’elogio della complessità potrebbe cominciare da qualche lettura di Edgar Morin. Un metodo complesso è una buona strada per pensare all’esperienza umana.  Non è solo una questione filosofica, è un modo di affrontare l’esistenza.  La complessità potrebbe reintrodurre la capacità di stupore e di mistero che ci tolgono ogni tanto i profeti della semplicità che utilizzano la parola “mistero” per farla finita con delle discussioni che altrimenti sarebbero interminabili. Pensare in chiave di complessità è ammettere che la vita ha tante facce, che noi abbiamo tanti volti non solo lungo la nostra vita ma nell’arco di una giornata. Dovremmo chiedere al nostro pensiero di rischiarare le zone d’ombra ma per addentrarci in altre, non per sostare in eterno in una specie di club Meditérranée. Se le nostre riflessioni non ci ridanno nuove complessità sono riflessioni ladre che prima o poi ci lasceranno la casa irrimediabilmente vuota. E’ vero, “complessità” è una parola problema, non è una parola “soluzione”. Il pensiero semplificante, con la sua aria bonaria e poco minacciosa, amico da osteria, si allontanerà dinanzi alla sofferenza e al dono inaspettato. Il pensiero semplice, cugino della morte, incapace di pensarla, l’anticipa. La complessità affonda le sue radici etimologiche nel “complector” latino, cioè, nel gesto di avvinghiare, di abbracciare, di tenere unito.  E’ per questo che la complessità non butta niente, non rifiuta, non sommerge, ha bisogno di braccia forti.  Per sorreggere la complessità spesso non ci basteranno le nostre forze, avremmo bisogno di altri mani che ci sorreggano. Il semplice si basta da solo. Dinanzi alla complessità dell’esistenza possiamo senz’altro sentire il bisogno di ritirarci su isole felici, dove proiettano film non “problematici”, partite di calcio, talk show o si possono leggere libri da dimenticare in una settimana. Ma prima o poi la vita ci metterà davanti a quello che con certa leggerezza e semplicità chiamiamo “realtà” e saranno “cavoli” se non siamo pronti. L’unica semplicità ammessa è quella di offrire una tazza di tè senza voler fare altro che offrire una tazza di tè, cerimonia molto complessa.
Una mia amica, in una piacevolissima serata, mi spiegò la varietà di cavoli che tra l’altro sembra siano molto buoni per evitare brutte malattie. Il cavolo è un esempio che ci da la natura di comportamento frattale, di algoritmi ricorsivi, per riflettere sui comportamenti caotici. La prossima volta che mi capiterà di tagliare un cavolo sentirò che, in quel semplice gesto, sto moltiplicando la complessità.

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