Synkatabasis

Secondo la giornalista del Corriere della Sera, Ester Palma, il Papa Francesco nella messa dell’Epifania “conia un altro dei suoi ‘neologismi’ che tanto piacciono ai fedeli” e cita il Santo Padre: «Nella mangiatoia di Betlemme, nella croce sul Calvario, nel fratello e nella sorella che soffre Dio si abbassa, si “annientisce”» Duplice e curiosa operazione. Da una parte la giornalista è convinta che i “fedeli” stiano aspettando dalla boca del Santo Padre dei “neologismi”, dall’altra vuole far passare quello che è un semplice e comprensibile errore per un neologismo. E se semplicemente fosse un errore e quindi una possibilità per abbassarsi? Più che di un errore da parte del Papa si potrebbe parlare di “ipercorrettismo”. Qualche esempio di ipercorrettismo testimonia il Belli in alcuni dei suoi sonetti quando vuole “sforzarsi” nel “parlà cciovile”:

La lingua italiana

“Eh zia, quela regazza che sse vede,
Guercia, a pponte sant’angelo,[2] la festa,
Che sta llí a sséde, e ttrittica [tremola] la testa,
Zia, chiede la lemosina? la chiede?„

“E cche mmaniera di discorre è cquesta?
Bbestia, se disce sédere e nnò ssede.
Nun zerve, cquì sse predica la fede
In ghetto,[4] se fa el brodo in d’una scesta. [5]

Guardatela mó llí la pupa nercia! [triste]
Ha mommó dodiscianni su la groppa
E ancora nun za ddí cceca ma gguercia!

Ehéi! cquà nun ze trotta, se galoppa!
Cquà la matassa è frascica e nnò llercia: [Fracida e non già fragile]
Va bbene
Un po’, ma cquanno è ttroppa è ttroppa.

“Va benne”, annientare è della prima e non della terza coniugazione però per un ispano parlante suona più “cciovile”, più italiano, dire “annientisce” che “annienta”, “mentisce” più che “mente” (esistendo tra l’altro “smentisce”) e come direbbe un mio amico: ci “capisciamo?”. Per caso non l’aveva già chiesto quell’altro Papa che veniva da lontano: “Se mi sbaglio mi corriggerete”?

Forse sarebbe stato più elegante sorvolare l’errore e fissare l’attenzione su quell’altra confusione e smarrimento evocati dall’Epifania a cui il Santo Padre ha accennato più di una volta riferendosi al Natale come una delle “synkatabasis” di Dio. Concetto questo caro ai Padri Greci e che dalla creazione alla Redenzione parla di un continuo abbassamento di Dio. Come direbbe la Lettera ai Filippesi “svuotò” se stesso (“eskenosen”), si annientò.

T.S. Eliot presenta magistralmente ai Magi confusi dopo il lungo viaggio. Per loro non solo si alterano i verbi dopo aver contemplato la parola fattasi carne ma traspongono vita e morte, proprio e alieno, e di ritorno alla loro terra (che non sarà più loro) si domandano smarriti:

Que­sto considerate

Que­sto: ci tra­sci­nammo per tutta quella strada

Per una nascita o per una Morte? Vi fu una nascita, certo,

Ne avemmo prova e non avemmo dub­bio. Avevo visto nascita e morte,

Ma le avevo pen­sate dif­fe­renti; per noi que­sta Nascita fu

Come un’aspra ed amara sof­fe­renza, come la Morte, la nostra morte.

Tor­nammo ai nostri luo­ghi, ai nostri Regni,

Ma ormai non più tran­quilli, nelle anti­che leggi,

Fra un popolo stra­niero che è rima­sto aggrap­pato ai pro­pri idoli.

Io sarei lieto di un’altra morte.

A Ester, “Va bbene un po’, ma cquanno è ttroppa è ttroppa”.

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