Il tafano

Ci sarà una parola che ci fermi come una pallottola in fronte ? Una parola che ci lasci tremando, che ci scuota, che ci incuriosisca almeno ? Se non riusciamo a interessarci per il significato, che ne faremmo del significante? Diciamo: “crisi”, “frontiera”, “figlio”, “amore”, “morte”, “dio”, e una cosa vale l’altra. Aggiungiamo anche “endorsement”, “agenda” e “spread”. Dico, una parola che ci fermi, perfino le bestemmie brutali sembra siano finite. Forse basterebbe ascoltare gli altri e noi stessi, solo così cominceremo a sospettare che ciò che diciamo è altrove, che ciò “che non va” non è mai da noi nominato, il Reale nemmeno lo sfioriamo. Dal dubbio inizierebbe la epimeleia heautou, la “cura di sé”. Ma l’inizio della cura suppone essere disposti a ricevere il pungiglione che non ci mollerà mai, almeno finché non arrivi la cicuta.

Tenete presente che se mi condannate a morte, perché sono come dico di essere, non danneggerete me più di voi stessi: a me, infatti. niente mi può danneggiare, né Meleto né Anito – non ne sarebbero neppure capaci – in quanto, credo, [30d] non è permesso che un uomo migliore sia danneggiato da uno peggiore. Forse mi può uccidere o esiliare o disonorare; ma mentre egli e qualcun altro possono credere che questi siano grandi mali, io non lo credo, e considero invece un male molto maggiore fare ciò che sta facendo ora, cioè tentare di condannare ingiustamente a morte un uomo. Perciò, cittadini ateniesi, io non parlo per difendere me stesso, come qualcuno potrebbe supporre, ma per voi, perché non abbiate ad errare su [30e] quello che il dio vi ha dato, votando contro di me. Infatti se mi condannate, non troverete facilmente un altro che – sia pur detto in modo ridicolo – venga assegnato dal dio alla città come a un cavallo grande e nobile, ma pigro a causa della sua grandezza e bisognoso di essere svegliato da un qualche tafano. Perché mi sembra che il dio mi abbia posto sulla città con questa funzione: non smettere di stare appresso a voi – a ciascuno di voi – tutto il giorno e dovunque per stimolarvi, convincervi e rimproverarvi. [31a] Platone, Apologia di Socrate (trad. Maria Chiara Pievatolo)
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