La storia: un quartiere che può far paura

Ho comperato, in offerta, i due volumi dei Meridiani (Mondadori edizioni a cura di Domenico Porzio) con l’opera completa di Jorge Luis Borges, piccoli vantaggi della crisi. Ho voluto ricordare Ragnarök che avevo pubblicato, in lingua originale, tempo fa in un altro post. La drammatica e opportunamente dissacrante storia di Ragnarök è un’occasione per considerare come un certo modo di fare storia si può convertire in luogo pauroso. Può darsi che la magia che produceva la narrazione continua, perfetta, che tutto lo spiegava, che calmava ogni dubbio, che rispondeva a tutte le domande e che perfino le anticipava, in uno sprazzo di lucidità s’incrini. Il bambino scopre il trucco del mago, ha intravisto la carta nella manica, il coniglio nel cilindro. Ma questa sua scoperta, se in un primo momento lo riempie di soddisfazione poi lo lascia da solo, con l’amaro in bocca.  Capisce che in lui qualcosa sta finendo. Se la storia è il luogo dove lo sguardo s’inquieta, se non è mai certa, come direbbe Certeau, le cose, che credevamo addomesticate con i propri discorsi e con le memorie imposte, diventano lontane e inquietanti. Niente è più perturbante che quando una cosa conosciuta, familiare e amata in un attimo ci appare estranea. 
Se la storia come mestiere sociale ha un futuro ce l’ha nella misura in cui ci insegni a non aver paura delle differenze e delle distanze. Così la storia, potrà essere ancora madre e maestra nella nostra modernità che è così varia, fluttuante, molteplice, cangiante, con infinite pieghe e punti di vista.
Ragnarök
Jorge Luis Borges

Nei sogni (scrive Coleridge) le immagini rappresentano le impressioni che noi pensiamo originate da quelle; non sentiamo orrore perché ci opprime una sfinge, sogniamo una sfinge per spiegare l’orrore che sentiamo. Se è così come potrebbe una mera cronaca delle sue forme trasmettere lo stupore, l’esaltazione, il timore, la minaccia e il giubilo che tesserono il sogno di quella notte? Cercherò tuttavia di fare tale cronaca; forse il fatto che una sola scena costituì quel sogno potrà annullare o mitigare la difficoltà essenziale.
Il luogo era la Facoltà di filosofia e lettere; l’ora, l’annottare. Tutto (come suole accadere nei sogni) era un poco differente; una leggera amplificazione alterava le cose. Eleggevamo autorità; io parlavo con Pedro Enriquez Ureña, che nel mondo della veglia è morto da molti anni. Bruscamente ci stordì un clamore di manifestazione o di musici ambulanti. Grida umane e animali giungevano dal basso. Una voce gridò: “Eccoli!”, e poi: “Gli Dèi! Gli Dèi!”. Quattro o cinque esseri uscirono dalla turba e occuparono la pedana dell’Aula Magna. Tutti applaudimmo, piangenti; erano gli Dèi che tornavano dopo un esilio di secoli. Ingigantiti dalla pedana, la testa gettata in dietro e il petto sporto in avanti, ricevettero superbi il nostro omaggio. Uno di essi teneva un ramo, che si adattava, indubbiamente, alla semplice botanica dei sogni; un altro, con ampio gesto, protendeva una mano ch’era un artiglio; una delle facce di Giano guardava con diffidenza il becco ricurvo di Thoth.  Forse eccitato dai nostri applausi, un altro, non so più quale, proruppe in uno strido vittorioso, incredibilmente aspro, qualcosa tra il gargarismo e il fischio. Da quel momento le cose cambiarono.
Tutto cominciò col sospetto (forse esagerato) che gli Dèi non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda e ferina avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi o musi bestiali facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello sanguinava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma di un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione avverrebbero finito con il distruggerci.
Estraemmo le pesanti rivoltelle (all’improvviso vi furono rivoltelle nel sogno) e gioiosamente demmo morte agli Dèi.
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