La maledizione della conoscenza

Nick Ramage. Fingers

Se qualche volta ti hanno (o ti sei) sorpreso a tamburellare con le ditta sul tavolo, la lettura di questo post ti sarà, forse, più congeniale.
Elizabeth Norton si laureò (1990) in psicologia a Standorf con un’interessante tesi. Scelse un gruppo di “tamburellatori” e un altro di “ascoltatori”. Ai primi consegnò una lista di 25 canzoni conosciutissime, tra cui “Happy Birth-day to You”, l’inno nazionale statunitense, ecc. Il compito dell’ascoltatore era d’indovinare, dai colpetti ritmici delle ditta, la canzone che il “tamburellatore” stava interpretando. Il primo risultato è stato che su 120 canzoni gli ascoltatori ne indovinarono il 2,5%, cioè 3 canzoni. La seconda conclusione è quella veramente sconvolgente.  La Newton aveva chiesto ai “tamburellatori” di fare una previsione riguardo la probabilità che gli “ascoltatori” indovinassero la canzone “tamburellata”: essi previdero che le probabilità erano del 50%. Loro credevano che potevano far passare il messaggio 1 volta su 2, di fatto riuscirono (riuscirono?) 1 volta su 40. Il “tamburellatore”, che ha in testa la canzone suonata magari dalla London Symphony Orchestra, all’inizio si diverte, magari per poi infastidirsi, al vedere quanti sforzi fa l’ascoltatore per indovinare un motivo così semplice, conosciuto e addirittura ben interpretato. Da parte loro, gli ascoltatori, non possono non guardare con certa pietà ai disperati “tamburellatori”, che ansiosi e concentrati, magari con la lingua fra i denti, propongo un incomprensibile linguaggio Morse. Il problema è che alcuni sono in possesso di una conoscenza (la canzone) che non gli permette di capire cosa provano gli altri che non la possiedono. Questa è la “maledizione della conoscenza” che una volta che la possediamo ci rende ciechi senza sapere che lo siamo e ci dimentichiamo di come eravamo prima di averla acquisita.  Questo concetto e altri sperimenti sono stati annoverati nel volume dei fratelli Chip Heath & Dan Heath: “Why Some Ideas Survive and Others Die. Made to Stick” (Random House, 2007). Soprattutto quando sappiamo molto una cosa dovremmo fermarci un attimo, tamburellare un po’ con le dita sul tavolo (anche se non è di buona creanza) e considerare che non è che ci sia un mondo fuori e un altro dentro, in modo soggettivo e relativistico, se non che “tutto” è dentro.

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