Hans Belting:I canoni dello sguardo.

Storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente

di Lorenzo Donghi

Rinascimento occidentale e teoria ottica del mondo arabo. Cultura dello sguardo e cultura della luce. Laprospettiva che, tra antropologia, afferenze pittoriche e conoscenze scientifiche, scivola dal magistero dell’arte a quello dell’immagine. Hans Belting, esponente di primo piano dei contemporanei visual studies, offre una sorprendente panoramica sulla storia della cultura visiva, consumata tra Firenze e Baghdad.
Sono passati quindici anni da quando Samuel Huntington rispose, con una formula mutuata da un articolo di Bernard Lewis sulle radici della cultura islamica, alla celebre e provocatoria tesi del sociologo Francis Fukuyama, che, nel 1992, aveva rilanciato nella direzione di una “fine della storia” lo scenario mondiale che si andava profilando dopo la conclusione della Guerra Fredda. Dalla sua posizione di scienziato politico, Huntington ribatté all’idea che la storia si fosse esaurita con un’espressione divenuta proverbiale, di risonanza tuttora quotidiana, dal carattere tanto triviale quanto efficace: sulle ceneri degli Statinazione e della bipolarità politica del secondo Novecento, scriveva Huntington, sarebbero emerse le divisioni di quegli agglomerati umani, di lenta formazione e di lunga durata, che rispondono al nome di civiltà, e tali divisioni sarebbero state l’avvio di uno scontro globale, modulato non più su un’opposizione di criteri politico-ideologici, quanto di valori culturali e religiosi. Scontro di civiltà, appunto. Noi contro Loro, secondo una riduzione bollata come semplicistica, se non volgare e ottusa, ma la cui eco si rivela assai acuita – anche tra posizioni non tipicamente reazionarie – dopo gli eventi che hanno scandito il rapporto tra Occidente e Islam nell’ultimo ventennio. A leggerlo così, tutto d’un fiato, l’ultimo libro di Hans Belting pare un buon antidoto alla logica della contrapposizione radicale. Non che, nel suo testo, l’autore faccia mai espressamente
riferimento ai temi della geo-politica internazionale. Come ci si può aspettare dal suo profilo accademico, Belting si rifà semmai ai campi disciplinari dell’antropologia, della storia dell’arte, dei visual studies, e punta a vagliare in controluce non tanto la questione dello scontro, quanto quella, ben più ambigua, della civiltà. La logica del clash viene così sostituita da quella che l’autore definisce, con una precisa dichiarazione di intenti che viene dibattuta, a mo’ di conclusione, in ogni capitolo, uno “scambio di sguardi”, alla ricerca dell’esistenza di una storia comune minata dalla colonizzazione moderna. Una storia compromessa, o forse solo dimenticata, polverosa, sepolta sotto il pressapochismo storico, gravata dal peso di un manicheismo ozioso e delle sue linee di demarcazione identitaria. Una storia che Belting rilegge attraverso il concetto di prospettiva, un’invenzione (più che una scoperta) capace di regalare al lettore un’appassionte cavalcata tra i
secoli, senza arroccamenti, sul dorso della cultura visiva di due grandi civiltà.

Florenz und Bagdad è il titolo originale dell’opera. Firenze e Baghdad. Occidente e Oriente, Brunelleschi e Alhazen, prospettiva rinascimentale e stile a nodi islamico. L’ipotesi di Belitng è infatti che alla base dell’arte della prospettiva occidentale ci sia una teoria araba fondata sullo studio matematico dei raggi visivi e della geometria della luce che non contempla immagini, di cui il medico, matematico e astronomo arabo Alhazen fu, intorno all’anno 1000, il principale fautore – autore, inoltre, di un trattato sull’ottica che sarà di capitale importanza per i successivi studi di Copernico, Keplero, Cartesio. Vale a dire, che dietro all’immagine prospettica, segno distintivo della modernità occidentale, sia rintracciabile un’elaborazione nata in seno a una cultura aniconica come quella islamica, che bandiva le immagini perché giudicate contraffazioni blasfeme della
creazione di Dio, e che, a dispetto dell’antropocentrismo occidentale, si opponeva al primato dell’occhio e minava la sovranità del soggetto. Una cultura scopica che privilegiava, per di più, la rifrazione della luce e il grafismo ornamentale a ogni pretesa di riproduzione mimetico-figurativa, imponendo la geometria, e non la prospettiva, a peculiare forma simbolica (secondo la nota formulazione panofskyana). Per sintetizzare: nelle pagine di Belting la teoria araba della visione, di stampo scientifico e priva di immagini, si trasforma in teoria dell’immagine sotto l’egida della visualità occidentale, sopravvivendo come patrimonio dell’arte prospettica ed elevando la percezione a misura della rappresentazione.

Le conseguenze di una simile posizione sono tutt’altro che scontate. Se la prospettiva non è un problema artistico, ma una questione che attiene al più ampio dominio dell’immagine, allora lo sguardo che le dà forma non è innato, e ogni cultura si serve della natura assoggettandola a norme sociali, facendo crollare così ogni pensiero universalista sull’argomento. E non deve stupire l’eredità che l’Occidente raccoglie rispetto alla civiltà islamica. Il mondo arabo del resto, ricorda l’autore, vive una parentesi di spiccato razionalismo, privo di dogmi, proprio quando l’Occidente è prigioniero delle superstizioni di stampo medievale. Solo con Età Moderna e con il suo sperimentalismo scientifico, liberato dai fardelli teologici, l’Occidente inizia a prestare attenzione agli scritti arabi, rielaborandoli con le intuizioni matematiche che, dal XIV secolo, irrompono nel
campo artistico e nelle sue configurazioni iconiche. Basti pensare all’esperienza intellettuale di Biagio Pelacani, inventore di quello “spazio matematico” di cui Piero della Francesca e Filippo Brunelleschi saranno, rspettivamente in campo pittorico e architettonico, interpreti eccellenti: in disaccordo con la teoria della percezione prospettica dominante all’epoca, Pelacani pensava che la matematica fosse necessaria per mdiare esperienza visiva e conoscenza, e gettò, sulla scorta della sua formazione vitruviana, le fondamenta della prospettiva lineare, in cui grandezza e proporzionalità sono erti a pilastri della percezione visiva.

Ma l’esito più avvincente della sua parabola Belting lo dedica al soggetto. L’arte prospettica simula infatti uno spazio di cui l’osservatore si appropria tramite lo sguardo, fornendo la premessa per trasformare la teoria araba della visione nella teoria occidentale dell’immagine. La prospettiva introduce nel quadro lo sguardo e con esso anche il soggetto, raggiungendo il mito dell’oculocentrismo propugnato da Leon Battista Alberti (che non a caso sceglie come stemma un occhio alato, curiosa fusione di voyeur e di voyageur). Ed è proprio nel pensiero di Alberti che il soggetto moderno si ritrova a definirsi nei termini di un nuovo Narciso, in lotta con la lettura che, del suo mito, hanno avanzato prima Ovidio, poi la psicanalisi. A un Narciso che non sa di osservare la propria immagine poiché non conosce cosa sia un’immagine, che getta lo sguardo su di sé e così
facendo contempla la morte, Alberti sostituisce un Narciso non si perde nella propria immagine, ma rova se stesso tramite l’arte. È una svolta che segnala l’entrata in campo del soggetto, che nella pittura prospettica ritrova il proprio sguardo. Un Narciso che si emancipa dal tabù scopico proprio dell’antichità (Euridice, Medusa, Atteone), e che non si configura come vittima di uno sguardo poibito, ma come soggetto che ha fiducia nel proprio sguardo: sguardo iconico, perché non porta alla morte ma all’immagine. Un Narciso che comprende cosa sia un’immagine e si accorge del suo carattere simbolico.

Mettendo in relazione la superficie d’acqua con l’immagine prospettica, Belting sottolinea come nella prospettiva si apra il vertiginoso baratro dell’esperienza di sé. Quello di Narciso è allora uno sguardo sull’arte, e il paradosso di abbracciare una superficie (l’acqua, la tela) trasforma lo sguardo proibito in uno sguardo simbolico. La scienza, insomma, legittima l’arte fornendole una teoria che individua proprio nella pratica artistica il luogo privilegiato dell’incontro con se stessi. L’invenzione del nuovo Narciso è la metafora di un significato positivo dello sguardo, chiave del modello prospettico. Ma, nell’arte, quel significato non rimane ancorato ai suoi esiti rinascimentali, a un occhio indagatore che si sente padrone della percezione e che prende posto in una posizione peculiare, ma si sviluppa in tutta l’Età Moderna. Belting paragona il suo sviluppo a un percorso che si fa largo in un impero narcisistico: lo sguardo perde controllo di ciò che vuole vedere e ricade su se stesso. Si fa autoreferenziale, e, a partire anzitutto dal tardo Ottocento, prigioniero delle libertà da esso stesso conquistate. L’occhio si scopre umiliato dalle immagini tecniche, e lo sguardo si spinge al di là di se stesso, senza mai saziarsi, abbandonandosi alle paure che soltanto il piacere dell’illusione riesce a far dimenticare.
Hans Belting, I canoni dello sguardo. Storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente, Bollati
Boringhieri, Torino, 2010, pp. 302.

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