Discorsi di cenere

Gli oggetti, o meglio ancora, le cose potrebbero cristallizzare un’epoca. La cosa, a differenza, dell’oggetto è capace di portare una carica simbolica e per tanto emotiva.  Al dire di Reinhardt Koselleck, alcuni oggetti sono semiofori, cioè sono carichi di significato, per questo si conservano, per questo si distruggono. La cosa può anche essere depodestata del suo essere tale e condannata a finire come oggetto. Gli oggetti nascono e muoiono nella e per la manipolazione, le cose passano di mano in mano, di padre in figlio.  Quando si passa dallo statuto di oggetto a quello di cosa siamo davanti ai to pragma. Per Aristotele auto to pragma (la cosa stessa) sta a indicare come stanno i fatti a prescindere dai nomi che si usano in un’ argomentazione (Topici, 108a, 20-25) e in generale, l’espressione costringe il pensiero a indagare in una determinata direzione: “quando gli uomini furono giunti fino a quel punto, le cose stesse aprirono loro la strada, e li costrinsero a proseguire la ricerca” (Metafisica, 984b 9; 984b 18) .  La cosa s’imparenta con la causa, cioè ciò che ci interessa.
Walter Benjamin credeva che a partire dagli oggetti comuni fosse possibile stabilire immagini dialettiche.  L’oggetto permette una sintesi autentica giacché rivela il senso che aveva nel passato mediante l’osservazione del suo stato attuale.  L’oggetto storico occulta una chiave di comprensione del passato, una specie di memoria involontaria. Dalle cose lasciate da parte, lo storico, raccoglitore di cianfrusaglie, comincia il suo lavoro. Come nel Passagen Werk di Benjamin lo storico potrebbe dire: “non ho niente da dire, solo ho cose da far vedere”. “Negli animati passaggi come quello di Saint-Denis, si espongono ombrelli e bastoni in fila… nelle finestre del parrucchiere si vedono donne con i capelli lunghi, riposa l’odalisca insieme al calamaio, un libro di sogni e un altro di cucina, bottoni di camicia che non si trovano più, spogli bambolotti attendono i capelli e i suoi vestiti, verde rana e rosso corallo, i pettini nuotano in un acquario, le trombe si trasformano in conchiglie …”  Per Benjamin le cose banali spesso nascondono la chiave di ciò che vogliamo scoprire. Non c’è dubbio che cose e persone nascono per poi morire. Lo stesso Benjamin ricordava il “carattere distruttivo” della modernità: “Il carattere distruttivo conosce una sola parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia. Il suo bisogno di aria fresca e di uno spazio libero è più forte di ogni odio. Il carattere distruttivo è giovane e sereno. Distruggere infatti ringiovanisce, perché toglie di mezzo le tracce della nostra età… Il carattere distruttivo fa il suo lavoro, evita solo il lavoro creativo. Come il creatore cerca la solitudine, colui che distrugge deve continuamente attorniarsi di gente, di testimoni della sua attività…  Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto una via, deve anche dappertutto sgombrare la strada. Non sempre con cruda violenza, talvolta anche con violenza raffinata.” Forse dobbiamo aprire nuove vie attraverso boschi di memoria troppo fitta. 
Possono consegnarsi le cose alla distruzione, anche spinti dal timore che esse ci sopravvivano, ma con lo stesso coraggio si dovrebbe evitare la retorica vuota del conservazionista: rifugio spiritualista per non farsi carico veramente delle cose. La distruzione beniaminiana si situa nei momenti di crisi, nel limite tra rivoluzione e redenzione, a metà strada tra qualcosa che non spiega più e tra un giorno che ancora non albeggia. Il primo compito sarà pensare la complessità di questo tempo di mezzo fuggendo dalla retorica che cerca il nuovo ma non fa altro che amplificare il vecchio. La distruzione beniaminiana non è annichilimento, le sue macerie sono pietre miliari per nuove scritture. Il compito si fa arduo ogni qualvolta che qualche mano implacabile decide di sopprimere i “poveri resti” affinché non possano continuare a indicare strade possibili.
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