L’albero della vita

Albero della Vita, Cattedrale di Otranto

Forse The tree of life (Terrence Malick, 2011) non ci vuole dire niente ed è come quella scatola dove raccoglievamo i giochi, colorati, diversi, sani e rotti, non tanti, quelli che bastavano per poter entrare in una scatola.
E’ la storia di una coppia che si fonde e si divide una ed un’altra volta. La vita di una coppia con tre figli, un padre autoritario, violento, che per confondere e ferire ancor di più si riserva contati gesti di tenerezza e vicinanza. Frustrato lui farà di tutto per frustrare a sua volta agli altri. Acqua e fuoco. Matrimonio impossibile tra natura e grazia. Un animale preistorico, tutto natura e primitività, lascerà, nel greto del fiume, il gesto di amore più chiaro. La grazia è anche lei la madre, compagna, solidale, ma anche impenetrabile nei suoi disegni. La madre che lancia sguardi di fierezza quando si tratta di difendere i figli, sguardi d’infinita tenerezza verso di loro, sguardi così intensi che per i figli sono difficili da sopportare.  Lei è tutta grazia e per questo non riesce a esplodere, soggiace, si umilia fino ad ottenere la incomprensione dei figli: “io sono come te non come lei”, dirà il più grande (e protagonista) cercando, in modo disperato quanto inutile, l’approvazione del padre. In questa terra martoriata cresce un albero insieme agli altri. Potrebbe evocarsi l’albero rovesciato, della mistica medievale, che gettava le sue radici in alto mentre il suo fogliame baciava la terra. Albero oggi dal tronco reciso. Quest’albero, che crescerà nel seno di questa famiglia, non riuscirà ad essere robusto come quelli che ci mostra, spavalda, la natura.  E’ un albero che cresce in un giardino di terra argillosa, un albero che crescerà poco e morirà presto. In questa terra, sconvolta dalle origini, si colloca l’orizzonte della morte che ineluttabilmente è la domanda che ferisce ogni gesto e parola di vita. La morte del fratello più aggraziato, stroncato dalla natura delle cose, innesca un viaggio infinito e senza ritorno, del fratello maggiore, verso una spiaggia popolata di assenze. Niente da imparare, solo cartoline in movimento, bellissime, e musica che è forse l’unica che resta.

Oh alberi della vita, a quando l’inverno? 
Noi non siamo in armonia. Non siamo in concordanza
come gli uccelli migranti. Superati e fuori tempo, 
così ci offriamo ostinati d’improvviso ai venti 
e precipitiamo in uno stagno d’indifferenza. 
Ugualmente noto a noi unitamente il fiorire e l’appassire. 
E in qualche luogo ancora vagano leoni e non sanno 
per impotenza fin quando saranno sovrani.
(Rainer M. Rilke, IV Elegia Duinese)
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