Eureka

Sembra che questa volta ce l’abbiamo fatta.  Un po’ in ritardo ma ce l’abbiamo fatta.  Dopo ritrovamenti clamorosi quanto fasulli, dopo che ci hanno fatto “pellegrinare” a un mucchio di poveri resti, questa volta, e fortunatamente fuori l’anno a lui dedicato, è apparso un nuovo Caravaggio. Tutto il merito della scoperta a Silvia Danesi Squarzina. A dire il vero la notizia era stata lanciata dalla stessa prof.ssa Danesi Squarzina, nel settembre del 2010 durante la presentazione della biografia del Merisi scritta da Francesca Cappelletti.  Come trattenersi? Come non fare l’annuncio nel 2010? Era difficile non farlo, nessuno è perfetto. Vero è che ulteriori accertamenti hanno corroborato la tesi della Danesi Squarzina, il dipinto sarà presentato alla mostra “Caravaggio and his followers in Rome” che si terrà alla National Gallery di Ottawa dal 17 giugno al 11 settembre. La notizia oggi sul Sole24 dove si riproduce il quadro in questione: Agostino al lavoro nel suo studio.

Ma ci sono dei dettagli che hanno svegliato la mia attenzione. Agostino è rappresentato nel gesto di scrivere e leggere, quasi simultaneamente, come dicendo: è impossibile leggere senza scrivere e viceversa. Come possono capire i lettori, e quindi godere, se non conoscono la fatica della scrittura? Inoltre, come diceva un mio maestro: “Leer sin anotar es olvidar”. L’Agostino del Merisi ha una mano occupata con la penna d’oca. La penna sostituì definitivamente, a partire del XIII secolo, il vecchio calamo ligneo che tanti servizi aveva prestato.  Tecnologia di lunga durazione che in pratica arrivò al secolo scorso per scomparire definitivamente nei giorni nostri. Un certo calamo lo si vide per un po’ vergare qualche schermo digitale, ma il tocco diretto, l’impero dell’indice e del medio dominano su ogni “pad” e “screen”.  Anche questo gesto si promette un lungo futuro giacché è difficile pensare a un altro strumento per toccare che non sia la mano o parte di essa.  Semmai dal toccare si passerà al pensiero, ma io sono fortunato non vedrò questa evoluzione.
L’altra mano di Agostino poggia attenta e possente sulle carte di un codice. Gesto orribile, almeno a parole, negli archivi e nelle biblioteche, laiche o religiose, dove l’urlo che impera è: “Noli me tangere”.  La retorica della conservazione, anche se si continuano a perdere irrimediabilmente migliaia e migliaia di volumi, ha convertito il codice antico in un oggetto  sacro nel senso proprio del termine: separato e intangibile. Sono lontani i tempi in cui i codici che oggi cerchiamo di conservare, volendo convincere gli amministratori sull’importanza del patrimonio, si portavano in tasca perché erano diari spirituali, raccolte di sermoni, lezioni da imparare o da finire… o semplicemente ci si addormentava con l’indice infilato tra le pagine. Oggi le mani del raro ricercatore che si curva su codici sono foderate, inverno ed estate, di guanti di cotone, i codici adagiati in morbidi leggii che rispettino le forme artritiche, le legature al punto di sciogliersi.  Calibrati e foderati pesi reggono le pagine ribelli. La mano di Agostino segue la lettura con la stessa solennità con che lo yad segue il testo del Sefer Torah. La mano è il miglior strumento per non perdersi, non bastano gli occhi. Curiosi questi gesti antichi verso le cose antiche, così come sono curiosi i codici del ‘500 e del ‘600 rilegati con antichi manoscritti medioevali.  Per meditare sul senso della conservazione degli antichi e dei moderni gli esempi potrebbero essere tanti, meditazione necessaria per capire i tempi nostri. Chissà se un po’ più di vicinanza e contatto non sarebbero migliori che quest’ asettica distanza prodromo forse, di più terribili oblii.  Così almeno, i nostri libri antichi non morirebbero tanto soli e al buio. Ci vediamo a Ottawa.
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