A tarallucci e vino

Oste e tarallaro

Qualche post indietro ho ricordato una definizione di evento che mi è sembrata significativa: “La definizione di grande evento comprende una molteplicità di iniziative – una tantum o ripetute – che richiedono importanti investimenti, l’adozione di tecniche di marketing territoriale e la partecipazione dei visitatori e dei mass-media”. Siccome ritengo che siamo minacciati in continuazione di eventi, grandi e piccoli, ho pensato che forse, oltre al sottrarci, potremmo prendere spunto per riflettere, che è il miglior modo per liberarsene. 
La celebrazione dell’evento esercita un movimento opposto allo sforzo per scrivere la storia. All’evento non interessa la ricerca, celebra verità supposte. Rifiuta ogni conflitto che potrebbe sorgere dal porre domande nuove.  L’evento è la scatola del ricordo:ognuno mette dentro ciò che vuole. Avanti! In fondo c’è posto per tutti!
L’evento possiede pienamente la virtus dormitiva così come la descrive Molière nel Malato immaginarioPrimus doctor: Sapientissimo Bacceliero,/ quem ego estimo et honoro/ Domandabo causam et rationem quare / opium facit dormire. Baccelierus: A questo respondeo, / quia est in eo/ virtus dormitiva,/ cuius est natura / sensus assopire. Corus: Bene, bene, bene, bene respondere: / Dignus, dignus est entrare / in nostro docto corpore.  Perché l’oppio fa dormire? Risposta: perché contiene una facoltà sonnifera, cioè, la virtus dormitiva, qui il latino è d’obbligo. 
L’evento non accetta domande, l’evento è il regno della tautologia. Nell’evento è importante il numero dei partecipanti, anzi è essenziale.  Che importa se la discussione tra maior pars e sanior pars abbia fatto correre fiumi d’inchiostro tra i decretalisti? Che importa se nella regola dei benedettini (che la sanno lunga al riguardo) hanno previsto dare voce alla sanior pars nell’elezione dell’abate? Silenzio, c’è oppio per tutti! Lasciamo che la virtus dormitiva compia il suo salutare effetto. 
Nell’evento è importante stancarsi, riempirsi gli occhi d’immagini fino a diventare ciechi. L’evento deve, nella misura del possibile, essere televisionabile, più che visto. Nulla conta il silenzio d’Abramo che non parlò con nessuno, nemmeno con Sarah sua moglie, di quell’evento che cambiò la sua vita e soprattutto quella di suo figlio Isacco. Quell’evento segreto, alleanza e figura della nuova alleanza, cambiò anche la nostra. Abramo seppe non tradire. 
La mediatizzazione, che in primis ricorda quel processo attraverso il quale le città, abbazie e villaggi del Sacro Impero Romano non stettero più sotto la giurisdizione dell’imperatore ma sotto quella di un principe, oggi ci ricorda che il medium privilegiato è l’immagine.  Immagine televisiva che si proclama in diretta, ma che non ha nessuna immediatezza.  Tutto è frutto di una saggia regia.  In televisione non c’è mai la diretta: tutto è gioco di telecamere, di piani, inquadrature, zoomate,  montaggio in real time, tutto è truccato. Un maxi-evento ha bisogno di uno o più maxi-schermi. Se la perdita dell’immediatezza imperiale voleva sostituirsi con la presenza di un principe oggi c’è bisogno della televisione, perché se l’evento è un successo vuol dire che quelli dell’ultima fila non riusciranno a vedere.  Per questi nuovi Nicodemi non ci saranno sicomori così numerosi né così alti.  Per la maior pars, per gli ultimi arrivati (che in qualche parte del Vangelo si promise loro la stessa paga e i primi posti) si dovranno consolare con lo schermo. 

L’evento deve finire a tarallucci e vino, senza complicazioni, senza domande, si deve uscire come si è entrati, magari un po’ più stanchi e assopiti. La pace ad ogni prezzo. Un altro elemento fondamentale del marketing dell’evento è il catering o il banqueting che dir si voglia, altro che taralli. Anzi, vista la quasi totale assenza di pensiero questionante e di parola significativa il momento della pizzetta, del bicchiere di chardonay, meglio dello scontato prosecco, e della tartina è il centro dell’evento. Trionfo del buffet froid, dei mise en bouche, apoteosi delle terrine, sensualità del finger food. Se fa caldo è permesso un gazpachito. Lì chi conta si conta, vedere e farsi vedere, è il momento di salutarsi, di scambiare il biglietto, di stringere una mano avendo cura di tenderla pulita e senza maionese né grasso di sorta. In alto la fronte, ove è scritto: “Io c’ero”. E la sera, gli organizzatori accaniti e vuoti sogneranno nuovi eventi da proporci. Vade retro Satana.


A proposito di taralli c’è anche il detto, un po’ scostumato ma efficace:

“Se ti tirassen’ na sport’e taralle, nun ne cadesse uno ‘nterra”. Pecché? Pecchè tien’e ccorna!”


Se qualcuno volesse organizzare una serata a tarallucci e vino lascio una ricetta che ho trovato nella rete (grazie a http://www.interviu.it):
farina: 500 gr.
strutto,sugna:  gr. 150
lievito di birra: 1 cubetto da 30 gr.
mandorle con buccia: 200 gr.
pepe nero: 2 cucchiaini
sale: 2 cucchiaini
Sciogli il lievito con un dito d’acqua tiepida e aggiungilo a 100 gr. di farina, impasta, forma un piccolo panetto, incidilo a croce sulla superficie e mettilo a lievitare in una ciotola.
Quando avrà raddoppiato il volume, aggiungi il sale, il pepe, la sugna (così com’è senza scioglierla) il resto della farina e tanta acqua tiepida quanto basta per ottenere un bel panetto da lavorare sopra il piano di lavoro.
Lavoralo almeno per 10 minuti e poi stacca tanti pezzetti da formare dei bastoncini grossi come una matita, e lunghi circa 15 cm.
Unisci i bastoncini, attorcigliali su se stessi e uniscili a ciambella. Decorali con le mandorle e mettili a lievitare, quando avranno raddoppiato il volume infornali a 180° fino a cottura completata cioè quando saranno belli dorati.
Questi taralli si conservano per molti giorni se chiusi ermeticamente. 
Buon evento.





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