Gesuiti, champagne e Caravaggio

La notizia ha dell’inquietante: sono state trovate, al largo delle isole Aaland (mar Baltico), in un fondale che separa la Finlandia dalla Svezia, trenta bottiglie di champagne.  Sarebbero da attribuire alla maison di Philippe Clicquot (la futura e celebre vedova Varbe Nicole Ponsardin nascerà nel 1777).  Presumibilmente sono di rosè, giacché le prime esportazioni (1775) cominciarono con questa tipologia. Si dirà: “bravo il somozzatore che ha fatto la scoperta!” ma che cosa  ha di strano tutto ciò? Una enologa finlandese, Ella Grussner Cromwell Morgan, ha confessato di avere ancora in frigo un bicchiere della bottiglia che è stata ripescata da 50 metri di profondità e che ancora conserva un bouquet “sorprendente, intenso, particolarmente dolce, pur mantenendo la sua acidità”. “Me lo vado a vedere ogni cinque minuti perché non ci posso ancora credere”. Del perlage manco una parola. Ma come è possibile che una bottiglia si conservi per quasi due secoli e mezzo a 50 metri di profondità e riesca a mantenere le sue caratteristiche organolettiche inalterate? Come fa un tappo, certo che si tratta di un tappo di una volta, a resistere incolume? Non si sa e non importa. La sola cosa importante è la scoperta o meglio ancora la notizia della scoperta. Il finale della storia, forse, non lo conosceremo mai. E che c’entrano i gesuiti con lo champagne di monsieur Clicquot? I gesuiti sono sempre in mezzo. Sembra che il carico di bollicine fosse destinato alla corte russa, probabilmente non a Pietro il Grande che morì nel 1725, ma a Caterina II, la quale aveva accolto nel suo impero i gesuiti dopo lo scioglimento dell’Ordine nel 1773. Potrebbe piamente pensarsi che se il carico fosse arrivato a destinazione qualche padre avrebbe potuto assaggiare il nettare per farsi coraggio nei tempi difficili.
A questa storia si potrebbe accostare un’altra. Sembra che i gesuiti avevano in casa un Caravaggio e non lo sapevano. E questa sarebbe la seconda volta. La prima successe anni fa a Dublino quando i gesuiti intenti a vendere una Cattura di Cristo (proveniente della collezione Hamilton) e che era stato loro regalato negli anni ’30 da Marie Lea Wilson, dopo la sua conversione al cattolicesimo, scoprono che si tratta di un Caravaggio, anche se non mancarono (mancano?) le polemiche. Il quadro è stato dato, in deposito, alla National Gallery of Ireland.
Pare che in questi giorni i gesuiti abbiano scoperto un altro Caravaggio. Si tratta di un Martirio di San Lorenzo che si troverebbe nella residenza del Gesù (Roma).  A volte potrebbe sembrare che il mestiere dello storico sia un po’ un lavoro da rabdomante in ricerca del documento perso, nascosto, sommerso, che ribalti la storia, che colmi gli spazi che generano ansia, che ci ridia la continuità dove tutto torna. Lo “scoop” tenta di svegliarci dal torpore quotidiano, per un attimo ci tira fuori dalla noia. Curioso termine. “To scoop” significa tanto avere qualcosa a scapito di un altro, dominare, vincere, oltre al più comune senso giornalistico della notizia che fa il giro del mondo e che poi si disperde come le bollicine in una coppa di spumante.  Ancora una volta l’alternativa è la ricerca nascosta, spesso sommersa, paziente, non clamorosa, che una ed un’altra volta sa chinarsi su ciò che sembra manifesto ed evidente.
Detto ciò se fosse vero che il Martirio di San Lorenzo è del Caravaggio dovremmo stappare una di quelle bottiglie di champagne anche se l’enologa finlandese ha detto, che battuta all’asta, potrebbe costare 53.000 euro. Io nel frattempo mi son promesso di leggere quest’estate il libro di Stefania Macioce che pazientemente ha raccolto tutta la documentazione del Caravaggio, magari accompagnato da un più umile long drink.
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