Tempo di esami

Anche se sono passati tanti anni faccio fatica a dimenticare quell’interrogatorio durante il mio esame di licenza in storia medievale. L’abbazia di Cluny. Tutto si racchiudeva in quello spazio. Enorme spazio. In un momento cominciò un turbinio d’idee, di associazioni, di sintesi: la riforma cluniacense, l’importanza della preghiera sul lavoro monacale, l’indipendenza dal potere secolare, gli inizi con l’abate Bernone. Cluny come modello, Cluny e i suoi legami con il papato gregoriano. Cluny e la nascita del Purgatorio… No, niente di tutto ciò valeva, niente di tutto ciò importava. Mi si chiedeva di rispondere a una sola domanda: “Quanto era grande la navata centrale?”
“Molto grande -cominciai a rispondere-, quanto grande fu il potere della riforma e il potere della sua rete che si stese per la Francia, per l’Italia del nord, la Germania e la Spagna in modo tale di poter stabilire la tregua di Dio”. Ma quel “Quanto” non passava, stava lì sul quel tavolo d’esame. Il mio nemico non si era distratto. Aspettava. Ho dovuto confessare la mia ignoranza, soltanto allora la cifra mi è stata rivelata con la solennità di chi pretende di svelare un mistero: “187 metri”. Fatti, misure in questo caso, il resto si può ridurre, il resto è narrazione, interpretazioni direbbe qualcuno. Riguardo ai 187 metri c’è poco da discutere. Anche se una strada squartò l’abbazia in tutta la sua lunghezza, anche se le sue pietre si disseminarono per costruire le case dell’attuale villaggio, anche se un gruppo di monaci vollero dare vita ai resti e furono spazzati via dall’orrore della prima guerra mondiale, resta un fatto: i 187 metri. Resta? A partire da questa infelice esperienza di esame, che tanto infelice non fu, non ho smesso di pensare al rapporto esistente tra quei 187 metri e la narrazione di cui hanno bisogno per vivere, per essere percorsi e misurati. Mi ricordo di quell’esame ogni qual volta qualcuno batte i pugni sul tavolo e dichiara: “Voglio fatti, solo fatti”, o quando spiriti apparentemente ingenui si gongolano con una “storia tranquilla” capace di narrare i fatti così come sono -mi scuso- così come furono. Di fatto ci vuole tanta serietà e fermezza per credere in una scrittura storica, che non abbia a che fare né con il romanzo né con la finzione, che sia capace di farmi percorrere uno dopo l’altro tutti quei 187 metri. Soltanto uno sforzo da gigante, terribile quanto inutile, può sostenere una scrittura oggettiva, che non abbia niente a che fare con la filosofia e i suoi problemi. Dopo quell’esame mi è rimasto un desiderio tenace di una storia capace di porre distanza. Per avvicinare le cose c’è l’ufficio di turismo di Cluny che promette al visitatore che si affacci dalla torre dei formaggi di viaggiare incolume attraverso i tempi: Du haut de la Tour des Fromages, vous pouvez manipuler un dispositif de réalité augmentée et ainsi redécouvrir la grande église abbatiale Cluny III dans son ensemble et dans le contexte de la ville d’aujourd’hui…Comme si elle était toujours là, dans son intégralité, côtoyant les voitures et les rues goudronnées ! Chissà se dalla Torre dei formaggi potrei riuscire a vedere mio nonno Gaston? era di quelle parti. Tutto sommato sarebbe uno sforzo storiografico minore che vedere sant’Ugo che passeggia con i suoi monaci.
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